On. Rossi (PD): “La politica disegnata e perseguita dal 2001 è fallita”

d1c1ffada22f24f96cd36c9f09c11c0c.jpg

Oggi la grande finanza ha il monopolio in diversi settori della vita civile e dell’economia: ci troviamo in un sistema dove quegli stessi attori (visto anche l’art. 105 di Maastricht) hanno subordinato i tre poteri di Montesquieu alla logica del denaro e del guadagno. Le sembra un sistema a “misura di cittadino”?

 

R: La democrazia è da sempre contraddistinta da spinte contrapposte e continue sulla linea del potere. Una democrazia ben funzionante è quella che, giorno dopo giorno, è capace di aggiornare le proprie istituzioni per contrastare  le spinte tendenti a limitarne gli ambiti. Ciò è particolarmente vero quando, come in questi anni, mutano le dimensioni e le modalità di funzionamento dei mercati. Non c’è da stracciarsi le vesti ma da lavorare per dare a mercati globali istituzioni globali.

 

Il premier Prodi, come tutti sanno, ha forti legami con la Goldman Sachs, così come lo stesso Draghi: questa comunanza di interessi in che modo può influenzare la politica di questi personaggi?

 

R: Il senso delle istituzioni dei personaggi citati esclude qualunque influenza. Il che, naturalmente, non significa che il problema non esista. Anzi, è probabile che le regole oggi vigenti siano sotto questo aspetto insufficienti.

 

Un parere personale sull’influenza nella politica di smantellamento dello Stato nazionale (partecipazioni statali, assistenza sociale) dovuta all’incontro che ebbe luogo nel 1992 sul panfilo “Britannia” fra personaggi come Draghi, Andreatta, Soros, Barucci, il governatore della Banca d’Inghilterra, rappresentanti delle maggiori banche d’affari ed altri importanti esponenti del mondo finanziario al largo di Civitavecchia.

 

R: Quello che lei chiama “lo smantellamento dello Stato nazionale” a me è sempre parso uno straordinario passo in avanti di questo paese, seppure imposto da esigenze finanziarie. Credo che il paese debba essere grato a chi allora lavorò quotidianamente e per anni – altro che incontro sul panfilo! – a fare dell’Italia una appena più moderna economia di mercato. Dopo di che si può privatizzare meglio o peggio, ma questa è questione diversa.

 

Da più parti, a partire dalla conclusione della campagna elettorale delle elezioni politiche del 2006, si è parlato dell’urgenza dell’abolizione dell’ICI, campagna che ha visto concordi diversi esponenti dell’Unione. Come mai ancora non si è fatto nulla su quel fronte?

 

R: L’ICI è l’unica entrata certa dei comuni. Abolirla significherebbe ritornare ad un sistema di autonomie locali fittizie. Il punto è altro: che cosa spinge alcuni comuni a tenere alta l’aliquota ICI e, nel contempo, a mantenere in piedi aziende simil-municipalizzate che potrebbero tranquillamente essere gestite da privati?

 

Riguardo il tema delle privatizzazioni, crede che possano costituire un bene per il cittadino oppure ritiene che dare troppo potere ai privati possa danneggiare le categorie sociali più deboli?

 

R: Mi permetto di suggerire che la domanda è malposta nel senso che dovrebbe essere rovesciata. Ogni intervento diretto dello Stato in campi diversi dalle sue competenze di fondo (la sanità, l’istruzione, etc.) dovrebbe essere puntualmente giustificato. Che cosa giustifica la gestione da parte di un Ente locale di un segmento della rete autostradale? Ho difficoltà a dare una risposta.

 

Lei crede che le recenti dichiarazioni dell’On. Bertinotti possano porre la parola “fine” a questa esperienza governativa? Fino a che punto le componenti dissidenti dell’Unione – dai “diniani” a certi esponenti della sinistra radicale – possono concorrere alla caduta del governo?

 

R: Quel che oggi accade – sarebbe più corretto dire, quel che da diciotto mesi accade – è, molto banalmente, la logica conseguenza del fallimento di una linea politica disegnata e perseguita contro ogni evidenza fin dal 2001. Di una legislatura di opposizione in cui non un solo istante è stato speso a formare e costruire una solida coalizione di governo. Di una campagna elettorale risibile sotto il profilo dei contenuti e fondata su un programma tanto pieno da essere del tutto vuoto. Di un risultato elettorale che avrebbe indotto qualunque classe politica ragionevole a non cantare vittoria e, anzi, a comprendere che il paese aveva inteso rigettare ambedue le opzioni proposte. Se e quando si concluderà l’esperienza di questo governo non sarà per l’iniziativa di questo o di quel dissidente ma semplicemente per il crollo delle fragilissime fondamenta su cui quella esperienza si era poggiata.

 

 

Jacopo Barbarito

On. Rossi (PD): “La politica disegnata e perseguita dal 2001 è fallita”ultima modifica: 2007-12-12T12:26:37+00:00da jacopobarbarito
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento